Riporto un articolo di Luigi Ballerini letto su Il Sole 24 Ore, la cui vicenda mi aveva a suo tempo colpito molto. Ritengo che l'articolo descriva bene lo shock che ho provato quando ho letto la notizia della morte in ufficio della sig.ra Rebecca e dell'assoluta indifferenza in cui tale vicenda è avvenuta.
"Hanno trovato Rebecca solo il giorno dopo. L’ha notata riversa sulla scrivania, senza vita, un addetto della sicurezza nel suo giro di ronda del sabato pomeriggio, dentro gli uffici del Los Angeles County Department of Internal Services. Rebecca Wilson lavorava in quel posto da undici anni e il destino le ha fatto terminare l’esistenza sul desk dove si era attardata per finire certi lavori, probabilmente urgentissimi.
Sappiamo poco delle dinamiche della vicenda, ma il fatto non può lasciarci indifferenti. Colpisce davvero che qualcuno possa sparire in questo modo sul posto di lavoro.
Ma un collega non l’avrà salutata prima di andarsene? A casa non l’aspettava nessuno? Si può davvero restare così soli?
Potrebbe certo essere solo una fortuita coincidenza, un aneurisma o un grave infarto che in qualsiasi altro luogo non avrebbe lasciato scampo. Le autorità locali si sono infatti precipitate a scaricare su di lei ogni responsabilità: la donna era rimasta oltre l’orario permesso e si sa, alle sette di sera le luci dell’edificio si spengono. Semplicemente non avrebbe dovuto essere lì. Nessun problema, quindi: tutto si è svolto secondo procedura. E poi ha pure scelto il giorno sbagliato, proprio il venerdì sera quando il miraggio del week end sta per realizzarsi e si scappa via in fretta.
Un caso in certo modo scomodo quello di Rebecca; appunto solo un caso di cui dichiararsi estranei.
Rebecca era invece una persona vera, una signora cinquantenne e da poco una nonna. Era una lavoratrice fidata e stimata che per molti anni aveva dato il suo contributo come compliance auditor. La sua morte deve metterci in guardia sull’impersonalità di alcuni luoghi di lavoro, dove si è ridotti a numeri di matricola o sagome ferme davanti a un computer. Dove si resta soli col proprio lavoro, anzi isolati dentro un cubicolo il cui solo nome suona già un po’ funereo.
Per fortuna non è inevitabile che ciò accada, qualcosa dipende anche da noi: basta iniziare a guardare almeno qualche collega come una risorsa, accorgersi che la sua presenza non è indifferente, ma preziosa. E farglielo sapere.
Sarà magari per questo che verremo cercati. Anche alle sette di sera. Anche di venerdì."
http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/jobtalk/2011/03/ma-si-pu%C3%B2-lavorare-cos%C3%AC-nessuno-%C3%A8-indispensabile-il-caso-di-rebecca-e-della-morte-non-straordinaria-.html
giovedì 3 marzo 2011
giovedì 17 febbraio 2011
Ascensione invernale sullo Zerbion
Domenica 23 Gennaio sono andato, insieme a Giovanni, sul Monte Zerbion (2719 m) in Val d’Aosta, dalla cui cima, su cui è collocata una statua enorme della Madonna, si domina la Val d’Ayas ed è possibile godere della vista di alcuni 4000m: il Gran Paradiso, il Monte Bianco, il Cervino e il Monte Rosa.
Naturalmente meteo permettendo!!!
E domenica il tempo ci ha concesso questo spettacolo!!
La giornata è stata assolata, con il cielo terso ma la temperatura rigida. Questo ci ha permesso di camminare per molto tempo sulla neve ghiacciata con un bassissimo rischio di slavine o pericoli simili.
Partiti alle 8,30 dal parcheggio siamo giunti in cima intorno alle 12, dove ci siamo fermati per quaranta minuti circa, dopo avere attraversato prima il bosco, quindi superato un pendio di neve fresca (dove avendo perso anche la via battuta (anche questo è successo!!) abbiamo camminato per una mezz’ora abbondante con la neve che arrivava al ginocchio), infine gli ultimi trecento metri di dislivello si superano in cresta.
Ad accompagnarci lungo la via, una guida speciale incontrata sul posto: un meraviglioso cane lupo che ci ha anticipato sin dall’inizio in ogni nostro passo. Sulla cima abbiamo diviso (non equamente!!!) i viveri con “Fido”, ovvero una fetta di panettone, delle barrette di cioccolato e alcune caramelle gelees.
Più che un cane era una fogna!!!
Il ritorno è stato meno faticoso, grazie alla via battuta ritrovata, e alle 15 eravamo alla macchina.
Mentre ci cambiavamo, con Giovanni, commentavamo che la stanchezza era tanta (come prima uscita dopo tre mesi non è stata comunque male!!), ma lo spettacolo che abbiamo goduto è valsa la pena della fatica.



























Naturalmente meteo permettendo!!!
E domenica il tempo ci ha concesso questo spettacolo!!
La giornata è stata assolata, con il cielo terso ma la temperatura rigida. Questo ci ha permesso di camminare per molto tempo sulla neve ghiacciata con un bassissimo rischio di slavine o pericoli simili.
Partiti alle 8,30 dal parcheggio siamo giunti in cima intorno alle 12, dove ci siamo fermati per quaranta minuti circa, dopo avere attraversato prima il bosco, quindi superato un pendio di neve fresca (dove avendo perso anche la via battuta (anche questo è successo!!) abbiamo camminato per una mezz’ora abbondante con la neve che arrivava al ginocchio), infine gli ultimi trecento metri di dislivello si superano in cresta.
Ad accompagnarci lungo la via, una guida speciale incontrata sul posto: un meraviglioso cane lupo che ci ha anticipato sin dall’inizio in ogni nostro passo. Sulla cima abbiamo diviso (non equamente!!!) i viveri con “Fido”, ovvero una fetta di panettone, delle barrette di cioccolato e alcune caramelle gelees.
Più che un cane era una fogna!!!
Il ritorno è stato meno faticoso, grazie alla via battuta ritrovata, e alle 15 eravamo alla macchina.
Mentre ci cambiavamo, con Giovanni, commentavamo che la stanchezza era tanta (come prima uscita dopo tre mesi non è stata comunque male!!), ma lo spettacolo che abbiamo goduto è valsa la pena della fatica.



























martedì 25 gennaio 2011
Villa Romana del Casale a Piazza Armerina
Una magnifica giornata di sole, la temperatura mite e la voglia di fare una gita fuori porta sono stati alla base della visita alla Villa Romana del Casale di Piazza Armerina.
La Villa, in perenne stato di restauro (finiranno mai?) è spettacolare: i mosaici sono stupendi, alcuni disegni sono quanto mai attuali (quando è stato inventato il bikini?....già esisteva ai tempi dei romani!!!), gli spazi sono enormi.
Non andavo alla Villa del Casale da almeno dieci anni, ma ricordo bene le visite precedenti, quasi tutte da accompagnatore ad amici o parenti in vacanza in Sicilia.
Le aree visitabili sono pressappoco 1/5 degli spazi attuali, ma i restauri e l’inaccessibilità di alcune zone rendono la visita piuttosto celere.
Ho portato con me la mia famiglia, e per i miei figli in particolare è stato uno spettacolo enorme: quasi tutte le domande che ci hanno posto erano concentrate su come si fa un mosaico e come li abbiano scoperti dopo tanti secoli trascorsi. Soddisfatte le richieste e fatte alcune foto alle meraviglie viste abbiamo continuato la gita fuori porta facendo un picnic nella vicina riserva naturale “Rossomanno-Grottascura-Bellia”, un bosco di 20kmq con ampie distese di eucalipti, acacie, pini, cipressi e un folto sottobosco ricco di muschi, licheni, fiori di campo e funghi di ogni specie. Ci siamo limitati a sostare nell’area attrezzata e approcciare una breve passeggiata post pranzo, ma la zona merita di essere goduta nei dettagli e offre anche possibilità di percorsi per trekking e mountain bike.



















La Villa, in perenne stato di restauro (finiranno mai?) è spettacolare: i mosaici sono stupendi, alcuni disegni sono quanto mai attuali (quando è stato inventato il bikini?....già esisteva ai tempi dei romani!!!), gli spazi sono enormi.
Non andavo alla Villa del Casale da almeno dieci anni, ma ricordo bene le visite precedenti, quasi tutte da accompagnatore ad amici o parenti in vacanza in Sicilia.
Le aree visitabili sono pressappoco 1/5 degli spazi attuali, ma i restauri e l’inaccessibilità di alcune zone rendono la visita piuttosto celere.
Ho portato con me la mia famiglia, e per i miei figli in particolare è stato uno spettacolo enorme: quasi tutte le domande che ci hanno posto erano concentrate su come si fa un mosaico e come li abbiano scoperti dopo tanti secoli trascorsi. Soddisfatte le richieste e fatte alcune foto alle meraviglie viste abbiamo continuato la gita fuori porta facendo un picnic nella vicina riserva naturale “Rossomanno-Grottascura-Bellia”, un bosco di 20kmq con ampie distese di eucalipti, acacie, pini, cipressi e un folto sottobosco ricco di muschi, licheni, fiori di campo e funghi di ogni specie. Ci siamo limitati a sostare nell’area attrezzata e approcciare una breve passeggiata post pranzo, ma la zona merita di essere goduta nei dettagli e offre anche possibilità di percorsi per trekking e mountain bike.



















Etichette:
Villa Romana del Casale a Piazza Armerina
domenica 2 gennaio 2011
Volo d'Aliante
Nei giorni scorsi ho letto un libro, dal titolo “Volo d’Aliante”, scritto da Claudio Boldrin, un consulente informatico morto lo scorso anno di tumore.
Claudio era un mio vicino di casa.
Claudio era soprattutto un marito che amava molto sua moglie Antonella e le sue figlie piccole, Elisa e Giulia.
Il libro mi è stato donato direttamente da Antonella, che dopo mesi di “corteggiamento” da parte di mia moglie, ha accettato di trascorrere qualche ora a casa nostra per una merenda pomeridiana.
Così, domenica scorsa, giornata grigia e piovosa della pianura milanese, dopo esserci incontrati alla S. Messa e aver fissato l’appuntamento, Antonella Elisa e Giulia sono venute a trovarci.
Di Claudio, della sua famiglia e della sua storia, mi sono “accorto” un giorno di due anni fa quando un mio coinquilino con cui stavo tranquillamente chiacchierando in cortile, vedendo Claudio uscire dal portone, con un passo poco certo e un portamento alquanto piegato mi disse: “Ha solo 40 anni ed è malato di tumore. Che sfiga a quell’età…..con una moglie giovane e due bimbe piccole. Che vita di merda!!”.
Rimasi assai scioccato da quelle poche parole e dal vedere quel giovane uomo, dal fisico possente e statuario muoversi con tanta fatica.
Non fui in grado di ribattere con una risposta di senso compiuto, ma ero certo che nulla avviene per caso e che un senso, anche se a noi misterioso, c’è.
Da allora, la famiglia di Claudio, finora a me “sconosciuta”, è entrata e fare parte della “mia” storia sebbene non ci sia stato mai un contatto diretto.
In quello stesso periodo vivevo un’angoscia personale legato alla malattia di una mia cara amica, Daniela, giovane donna madre di tre bimbi, anche lei malata di tumore e purtroppo morta a febbraio del 2009. In questo caso, la malattia è divenuta occasione per conoscere meglio chi realmente fosse Daniela, collega di lavoro con cui ho condiviso per due anni la quotidianità dell’ufficio. L’affezione è cresciuta sempre di più, il dolore che stava vivendo e la paura di un futuro non roseo, sono stati in qualche modo condivisi e la preghiera è diventata lo strumento con cui io ho cercato di partecipare alla sua via crucis.
Con Claudio non avevo rapporti diretti ma anche lui mi “apparteneva”.
Quando Antonella mi consegnò il libro scritto da Claudio le promisi che l’avrei letto al più presto, in realtà già dalla sera successiva, per via della curiosità di sapere quale fosse il contenuto, lo lessi con avidità, tanto da finirlo in due giorni.
Volo d’Aliante è un libro scritto in maniera semplice da un uomo che aveva il desiderio di raccontare la sua esperienza, mettere a comune le sue angosce, il suo percorso sanitario, le gioie di momenti riscoperti con la malattia e, forse, purtroppo in passato trascurati.
Non nascondo che a volte ho fatto fatica ad andare avanti, perché collegavo la persona con il dolore fisico e psicologico che stava sopportando, la solitudine che provava nei lunghi giorni trascorsi presso l’Istituto Oncologico Europeo.
Ma ho continuato la lettura perché nelle poche occasioni che ho incrociato Antonella in cortile o alla Messa, e soprattutto domenica scorsa a casa nostra, vedevo degli occhi sereni e lieti. Il volto e le parole mostrano una donna che vive un dolore straziante, una croce, ma i suoi occhi dicono di una serenità e di una gioia che non può derivare da capacità umana.
Da dove deriva non lo so, posso immaginarlo, di sicuro non l’ho chiesto e forse, prima o poi, avrò il coraggio di chiederlo, se non dovesse emergere la risposta.
Quando ho finito di leggere il libro avevo le lacrime agli occhi, ma ero contento di averlo ricevuto. Attraverso la lettura ho avuto modo di conoscere una persona, Claudio, con cui non ho avuto modo di scambiare due parole in vita, e ora lo conosco nel suo intimo, nelle sue passioni, nelle sue gioie, nei suoi progetti futuri, nelle sue paure, nel suo dolore più interiore.
Due cose mi hanno particolarmente colpito.
Una è riportata nel paragrafo “Nothing Impossible”, quando parlando a 4 occhi alla malattia scrive:
<<”…..Io ora non so come andrà a finire, ma sappi una cosa, perché te la dico a voce alta, forte e decisa: sarà una lunga ed estenuante lotta, una partita a scacchi con un nemico infame. Una partita a scacchi dove io confido ancora di darti il matto, nemico infame e sai perché? Perché non gioco da solo, IO, …..perchè al mio fianco, per consigliarmi e supportarmi, ci sono:…….”>> e elenca una serie lunga di parenti, amici e colleghi che gli sono stati al fianco durante gli anni di malattia.
La seconda è nel paragrafo “Che sarà della mia vita chi lo sa”, quando riportando un dialogo con una figlia:
<<”…Ma papà, quando io sarò grande ed avrò un bimbo tu ci sarai?” Groppo in gola: “si Giulia voglio spingere il tuo bimbo”, prima risposta. Seconda risposta: “Giulia lo spero, sarebbe bello per me, ma qui sai si può andare in cielo da un momento all’altro. Per questo papà vi dice sempre di stare attente, super attente quando attraversate la strada: siete troppo distratte bimbe.”….>>
Claudio era un mio vicino di casa.
Claudio era soprattutto un marito che amava molto sua moglie Antonella e le sue figlie piccole, Elisa e Giulia.
Il libro mi è stato donato direttamente da Antonella, che dopo mesi di “corteggiamento” da parte di mia moglie, ha accettato di trascorrere qualche ora a casa nostra per una merenda pomeridiana.
Così, domenica scorsa, giornata grigia e piovosa della pianura milanese, dopo esserci incontrati alla S. Messa e aver fissato l’appuntamento, Antonella Elisa e Giulia sono venute a trovarci.
Di Claudio, della sua famiglia e della sua storia, mi sono “accorto” un giorno di due anni fa quando un mio coinquilino con cui stavo tranquillamente chiacchierando in cortile, vedendo Claudio uscire dal portone, con un passo poco certo e un portamento alquanto piegato mi disse: “Ha solo 40 anni ed è malato di tumore. Che sfiga a quell’età…..con una moglie giovane e due bimbe piccole. Che vita di merda!!”.
Rimasi assai scioccato da quelle poche parole e dal vedere quel giovane uomo, dal fisico possente e statuario muoversi con tanta fatica.
Non fui in grado di ribattere con una risposta di senso compiuto, ma ero certo che nulla avviene per caso e che un senso, anche se a noi misterioso, c’è.
Da allora, la famiglia di Claudio, finora a me “sconosciuta”, è entrata e fare parte della “mia” storia sebbene non ci sia stato mai un contatto diretto.
In quello stesso periodo vivevo un’angoscia personale legato alla malattia di una mia cara amica, Daniela, giovane donna madre di tre bimbi, anche lei malata di tumore e purtroppo morta a febbraio del 2009. In questo caso, la malattia è divenuta occasione per conoscere meglio chi realmente fosse Daniela, collega di lavoro con cui ho condiviso per due anni la quotidianità dell’ufficio. L’affezione è cresciuta sempre di più, il dolore che stava vivendo e la paura di un futuro non roseo, sono stati in qualche modo condivisi e la preghiera è diventata lo strumento con cui io ho cercato di partecipare alla sua via crucis.
Con Claudio non avevo rapporti diretti ma anche lui mi “apparteneva”.
Quando Antonella mi consegnò il libro scritto da Claudio le promisi che l’avrei letto al più presto, in realtà già dalla sera successiva, per via della curiosità di sapere quale fosse il contenuto, lo lessi con avidità, tanto da finirlo in due giorni.
Volo d’Aliante è un libro scritto in maniera semplice da un uomo che aveva il desiderio di raccontare la sua esperienza, mettere a comune le sue angosce, il suo percorso sanitario, le gioie di momenti riscoperti con la malattia e, forse, purtroppo in passato trascurati.
Non nascondo che a volte ho fatto fatica ad andare avanti, perché collegavo la persona con il dolore fisico e psicologico che stava sopportando, la solitudine che provava nei lunghi giorni trascorsi presso l’Istituto Oncologico Europeo.
Ma ho continuato la lettura perché nelle poche occasioni che ho incrociato Antonella in cortile o alla Messa, e soprattutto domenica scorsa a casa nostra, vedevo degli occhi sereni e lieti. Il volto e le parole mostrano una donna che vive un dolore straziante, una croce, ma i suoi occhi dicono di una serenità e di una gioia che non può derivare da capacità umana.
Da dove deriva non lo so, posso immaginarlo, di sicuro non l’ho chiesto e forse, prima o poi, avrò il coraggio di chiederlo, se non dovesse emergere la risposta.
Quando ho finito di leggere il libro avevo le lacrime agli occhi, ma ero contento di averlo ricevuto. Attraverso la lettura ho avuto modo di conoscere una persona, Claudio, con cui non ho avuto modo di scambiare due parole in vita, e ora lo conosco nel suo intimo, nelle sue passioni, nelle sue gioie, nei suoi progetti futuri, nelle sue paure, nel suo dolore più interiore.
Due cose mi hanno particolarmente colpito.
Una è riportata nel paragrafo “Nothing Impossible”, quando parlando a 4 occhi alla malattia scrive:
<<”…..Io ora non so come andrà a finire, ma sappi una cosa, perché te la dico a voce alta, forte e decisa: sarà una lunga ed estenuante lotta, una partita a scacchi con un nemico infame. Una partita a scacchi dove io confido ancora di darti il matto, nemico infame e sai perché? Perché non gioco da solo, IO, …..perchè al mio fianco, per consigliarmi e supportarmi, ci sono:…….”>> e elenca una serie lunga di parenti, amici e colleghi che gli sono stati al fianco durante gli anni di malattia.
La seconda è nel paragrafo “Che sarà della mia vita chi lo sa”, quando riportando un dialogo con una figlia:
<<”…Ma papà, quando io sarò grande ed avrò un bimbo tu ci sarai?” Groppo in gola: “si Giulia voglio spingere il tuo bimbo”, prima risposta. Seconda risposta: “Giulia lo spero, sarebbe bello per me, ma qui sai si può andare in cielo da un momento all’altro. Per questo papà vi dice sempre di stare attente, super attente quando attraversate la strada: siete troppo distratte bimbe.”….>>
venerdì 3 dicembre 2010
Giornata della Colletta Alimentare 2010
Il 27 novembre si è svolta la XIV Giornata Nazionale della Colletta Alimentare.
Come ogni anno, insieme ai miei amici più cari e tantissimi volontari, abbiamo organizzato la raccolta degli alimenti al Centro Commerciale Carrefour di Assago.
La giornata è stata tiepida e assolata nella prima metà, nuvolosa e molto umida dal pomeriggio.
Quest’anno, a dire il vero, ho fatto più fatica degli scorsi.
Uno perché, senza sapermi ancora dare una ragione il numero dei volontari per ogni fascia di turno era inferiore agli anni passati, e questo ha richiesto a ognuno una dedizione e una responsabilità maggiore al gesto che compivamo.
Due perché il nostro amico che ogni anno mette a disposizione il camion dotato di sponda idraulica e il trans pallet, quest’anno per motivi di salute ha rinunciato, per cui abbiamo dovuto procurare, grazie ad amici, un camion piuttosto grande che ci consentisse di caricare i pallet con le scatole. Per fortuna che, la disponibilità dei responsabili del supermercato Carrefour ci ha permesso di usufruire per l’intera giornata di un loro trans pallet.
Alle 21.30, quando abbiamo “tirato le somme”, la quantità raccolta ammontava a 7400kg, circa 600 scatole del peso medio di 13kg….che abbiamo dovuto caricare a mano sul camion.
Sono tornato a casa dolorante e tanto infreddolito, e il giorno dopo ogni movimento è stato effettuato con assoluta delicatezza per ridurre al minimo lo stress dei muscoli.
La giornata della Colletta Alimentare, contiene sempre una sorpresa, un imprevisto che la rende diversa da quella dell’anno precedente, per cui non posso dire: “E’ una cosa che so già!!”. So cosa è, in cosa consiste e cosa devo fare, ma l’esito è sempre una novità.
Ritorno a casa ogni anno più stanco, ma sempre più contento.
L’esperienza che vivo ogni anno è quella di una grande commozione nel vedere come tanta gente condivida in maniera gratuita, donando tanto o poco, il bisogno di altri.
Ho incontrato tanti volontari, alcuni per l’ennesima volta, altri per la prima: la gioia che ho intravisto nei loro occhi è stata più grande alla fine del turno che non all’inizio. Eppure alcuni erano infreddoliti, altri stanchi di svuotare i carrelli con gli alimenti, altri ancora esausti di preparare e riempire i cartoni. Ho incontrato molti donatori, spesso poche parole sono intercorse tra noi, ma lo sguardo era quello di una persona contenta di avere compiuto un gesto di carità, al di là del contenuto e del valore.
Alla fine della Giornata, il numero che indica la quantità di cibo raccolto diventa un particolare: è senza dubbio importante, ma l’esperienza più grande è stata quella di condividere con tanti questo gesto di carità.
http://www.bancoalimentare.it/colletta-alimentare-2010/
Come ogni anno, insieme ai miei amici più cari e tantissimi volontari, abbiamo organizzato la raccolta degli alimenti al Centro Commerciale Carrefour di Assago.
La giornata è stata tiepida e assolata nella prima metà, nuvolosa e molto umida dal pomeriggio.
Quest’anno, a dire il vero, ho fatto più fatica degli scorsi.
Uno perché, senza sapermi ancora dare una ragione il numero dei volontari per ogni fascia di turno era inferiore agli anni passati, e questo ha richiesto a ognuno una dedizione e una responsabilità maggiore al gesto che compivamo.
Due perché il nostro amico che ogni anno mette a disposizione il camion dotato di sponda idraulica e il trans pallet, quest’anno per motivi di salute ha rinunciato, per cui abbiamo dovuto procurare, grazie ad amici, un camion piuttosto grande che ci consentisse di caricare i pallet con le scatole. Per fortuna che, la disponibilità dei responsabili del supermercato Carrefour ci ha permesso di usufruire per l’intera giornata di un loro trans pallet.
Alle 21.30, quando abbiamo “tirato le somme”, la quantità raccolta ammontava a 7400kg, circa 600 scatole del peso medio di 13kg….che abbiamo dovuto caricare a mano sul camion.
Sono tornato a casa dolorante e tanto infreddolito, e il giorno dopo ogni movimento è stato effettuato con assoluta delicatezza per ridurre al minimo lo stress dei muscoli.
La giornata della Colletta Alimentare, contiene sempre una sorpresa, un imprevisto che la rende diversa da quella dell’anno precedente, per cui non posso dire: “E’ una cosa che so già!!”. So cosa è, in cosa consiste e cosa devo fare, ma l’esito è sempre una novità.
Ritorno a casa ogni anno più stanco, ma sempre più contento.
L’esperienza che vivo ogni anno è quella di una grande commozione nel vedere come tanta gente condivida in maniera gratuita, donando tanto o poco, il bisogno di altri.
Ho incontrato tanti volontari, alcuni per l’ennesima volta, altri per la prima: la gioia che ho intravisto nei loro occhi è stata più grande alla fine del turno che non all’inizio. Eppure alcuni erano infreddoliti, altri stanchi di svuotare i carrelli con gli alimenti, altri ancora esausti di preparare e riempire i cartoni. Ho incontrato molti donatori, spesso poche parole sono intercorse tra noi, ma lo sguardo era quello di una persona contenta di avere compiuto un gesto di carità, al di là del contenuto e del valore.
Alla fine della Giornata, il numero che indica la quantità di cibo raccolto diventa un particolare: è senza dubbio importante, ma l’esperienza più grande è stata quella di condividere con tanti questo gesto di carità.
http://www.bancoalimentare.it/colletta-alimentare-2010/
martedì 30 novembre 2010
Papà, mi porti con te?
“Papà, mi porti con te?”
Questa domanda, ormai ricorre spesso nei dialoghi con i miei figli, soprattutto con il maggiore.
E’ evidente che da parte sua ci sia il desiderio di passare ancora più tempo con me, che non basta più la sera in cui spesso giochiamo a calcio, con la pallina di spugna, lungo il corridoio (per la disperazione di mia moglie!), talvolta guardiamo lo sport in tv, alcune volte giochiamo al pc. Ha bisogno di condividere ancora di più.
E ogni occasione è buona per fare emergere questa necessità.
Così, per esempio, sabato pomeriggio scorso, io lavoravo al computer, mia moglie era intenta a leggere, le mie figlie giocavano in camera e mio figlio tentava di fare gli ultimi compiti di matematica.
Trascorsi dieci minuti, mio figlio comincia a fare i capricci, è distratto, non è capace di concentrarsi e quindi comincia a battere i pugni sul tavolo, dà calci al muro…..
In pochi secondi mia moglie ci impone di prepararci e uscire fuori di casa.
Giunti in cortile, saliti in macchina, mio figlio mi dice: “Papà, non ho voglia di andare in centro, ci facciamo una passeggiata a piedi?”
Un invito a nozze, per un buon camminatore come me!
Così, mentre le donne di casa vanno a fare acquisti in centro, con mio figlio cominciamo una bella passeggiata lungo la ciclabile, quindi attraversiamo in lungo e in largo il paese, infine, senza averlo programmato a priori ci avviciniamo agli impianti sportivi.
Al parcheggio c’erano parecchie auto, per cui ho detto a mio figlio, “vuoi vedere che giocano a basket?”. “Gioca l’Armani Jeans?”, mi domanda, “ma và, lo sai che gioca al Forum”, gli rispondo.
Così entriamo nella palestra e ci sediamo sugli spalti insieme ai tifosi. Giocavano due squadre di ragazzi, circa 15-16 anni, e i tifosi erano prevalentemente i genitori.
Per la cronaca, ha vinto la squadra di casa, dopo un match combattuto e agonistico, e il tifo è stato davvero coinvolgente: trombe, tamburi, fischietti……
Ma in quei quaranta minuti che sono stato a vedere la partita, seduto accanto a mio figlio e un mio amico che nel frattempo ci aveva raggiunto ho pensato a molte cose.
Innanzitutto, cosa mi chiede mio figlio.
La domanda che mio figlio mi pone sempre con maggiore frequenza è la stessa domanda che ho posto io a mio padre quando ero piccolo.
E la mia domanda ha trovato risposta nei tanti momenti che ho vissuto assieme a mio papà, un vero patrimonio per la mia persona.
Alcuni banali esempi: l’abbonamento allo stadio che facemmo per assistere alle partite della squadra del paese, qualche pomeriggio al cinema, le lunghe camminate sul lungomare.
Spesso, tra i sette e i dieci anni, in estate, andavo in ufficio con mio papà (mi sedevo su una scrivania libera del suo ufficio e armato di matita e penne disegnavo!), oppure andavo in trasferta con lui (in questo caso scorazzavo con compostezza lungo gli uffici) e vivevo con profonda attesa il momento del pranzo, circostanza privilegiata del nostro rapporto a due.
E sebbene, poi, per lavoro mio padre era spesso in giro per cui per giorni lo vedevo di sfuggita al mattino o la sera, quei momenti rimangono delle pietre miliari.
E questo, nonostante che, poche volte mio papà era presente alle mie esibizioni di nuoto o difficilmente venisse a guardarmi giocare a tennis, come invece hanno fatto sabato scorso i genitori di quei ragazzi che giocavano a basket.
Chissà, magari tra otto o nove anni, anch’io sarò al posto di quei genitori, a incitare mio figlio mentre si esprime in un’attività sportiva, e sono certo che sarò tra i più scalmanati a fare il tifo.
Nel frattempo, di recente, mio figlio, si è esibito nel suo primo concorso di pianoforte.
Ancora esordiente, ha suonato due brani da solista (di cui uno era l’inno di Mameli), e uno a quattro mani con una sua compagna di corso.
“Ma come mette le mani sul pianoforte! Che leggiadria! Ma da quanti anni suona?”, qualcuno ha chiesto.
Mio figlio s’è meritato i complimenti della giuria e della maestra che senza esitazione ha confermato, davanti ai presenti, la predisposizione privilegiata allo strumento e che se studia può imparare tanto.
La sera, parlandone con mia moglie, ho fatto notare come nostro figlio, inizialmente emozionato e teso, una volta convocato, di fronte allo strumento s’è concentrato e come se si fosse isolato dal “mondo” ha suonato con sicurezza e tranquillità.
La risposta è stata sintetica e chiara: “…non hai capito un c…..!!! Tuo figlio era sereno e sicuro perché sapeva che c’era il suo papà ad ascoltarlo!!!...e questo me lo ha detto lui questo pomeriggio.”
Come genitore, provo una commozione immensa per quello che ho visto, per un dono di cui non sono artefice ma che ho la responsabilità di custodire e stimolare.
Questa domanda, ormai ricorre spesso nei dialoghi con i miei figli, soprattutto con il maggiore.
E’ evidente che da parte sua ci sia il desiderio di passare ancora più tempo con me, che non basta più la sera in cui spesso giochiamo a calcio, con la pallina di spugna, lungo il corridoio (per la disperazione di mia moglie!), talvolta guardiamo lo sport in tv, alcune volte giochiamo al pc. Ha bisogno di condividere ancora di più.
E ogni occasione è buona per fare emergere questa necessità.
Così, per esempio, sabato pomeriggio scorso, io lavoravo al computer, mia moglie era intenta a leggere, le mie figlie giocavano in camera e mio figlio tentava di fare gli ultimi compiti di matematica.
Trascorsi dieci minuti, mio figlio comincia a fare i capricci, è distratto, non è capace di concentrarsi e quindi comincia a battere i pugni sul tavolo, dà calci al muro…..
In pochi secondi mia moglie ci impone di prepararci e uscire fuori di casa.
Giunti in cortile, saliti in macchina, mio figlio mi dice: “Papà, non ho voglia di andare in centro, ci facciamo una passeggiata a piedi?”
Un invito a nozze, per un buon camminatore come me!
Così, mentre le donne di casa vanno a fare acquisti in centro, con mio figlio cominciamo una bella passeggiata lungo la ciclabile, quindi attraversiamo in lungo e in largo il paese, infine, senza averlo programmato a priori ci avviciniamo agli impianti sportivi.
Al parcheggio c’erano parecchie auto, per cui ho detto a mio figlio, “vuoi vedere che giocano a basket?”. “Gioca l’Armani Jeans?”, mi domanda, “ma và, lo sai che gioca al Forum”, gli rispondo.
Così entriamo nella palestra e ci sediamo sugli spalti insieme ai tifosi. Giocavano due squadre di ragazzi, circa 15-16 anni, e i tifosi erano prevalentemente i genitori.
Per la cronaca, ha vinto la squadra di casa, dopo un match combattuto e agonistico, e il tifo è stato davvero coinvolgente: trombe, tamburi, fischietti……
Ma in quei quaranta minuti che sono stato a vedere la partita, seduto accanto a mio figlio e un mio amico che nel frattempo ci aveva raggiunto ho pensato a molte cose.
Innanzitutto, cosa mi chiede mio figlio.
La domanda che mio figlio mi pone sempre con maggiore frequenza è la stessa domanda che ho posto io a mio padre quando ero piccolo.
E la mia domanda ha trovato risposta nei tanti momenti che ho vissuto assieme a mio papà, un vero patrimonio per la mia persona.
Alcuni banali esempi: l’abbonamento allo stadio che facemmo per assistere alle partite della squadra del paese, qualche pomeriggio al cinema, le lunghe camminate sul lungomare.
Spesso, tra i sette e i dieci anni, in estate, andavo in ufficio con mio papà (mi sedevo su una scrivania libera del suo ufficio e armato di matita e penne disegnavo!), oppure andavo in trasferta con lui (in questo caso scorazzavo con compostezza lungo gli uffici) e vivevo con profonda attesa il momento del pranzo, circostanza privilegiata del nostro rapporto a due.
E sebbene, poi, per lavoro mio padre era spesso in giro per cui per giorni lo vedevo di sfuggita al mattino o la sera, quei momenti rimangono delle pietre miliari.
E questo, nonostante che, poche volte mio papà era presente alle mie esibizioni di nuoto o difficilmente venisse a guardarmi giocare a tennis, come invece hanno fatto sabato scorso i genitori di quei ragazzi che giocavano a basket.
Chissà, magari tra otto o nove anni, anch’io sarò al posto di quei genitori, a incitare mio figlio mentre si esprime in un’attività sportiva, e sono certo che sarò tra i più scalmanati a fare il tifo.
Nel frattempo, di recente, mio figlio, si è esibito nel suo primo concorso di pianoforte.
Ancora esordiente, ha suonato due brani da solista (di cui uno era l’inno di Mameli), e uno a quattro mani con una sua compagna di corso.
“Ma come mette le mani sul pianoforte! Che leggiadria! Ma da quanti anni suona?”, qualcuno ha chiesto.
Mio figlio s’è meritato i complimenti della giuria e della maestra che senza esitazione ha confermato, davanti ai presenti, la predisposizione privilegiata allo strumento e che se studia può imparare tanto.
La sera, parlandone con mia moglie, ho fatto notare come nostro figlio, inizialmente emozionato e teso, una volta convocato, di fronte allo strumento s’è concentrato e come se si fosse isolato dal “mondo” ha suonato con sicurezza e tranquillità.
La risposta è stata sintetica e chiara: “…non hai capito un c…..!!! Tuo figlio era sereno e sicuro perché sapeva che c’era il suo papà ad ascoltarlo!!!...e questo me lo ha detto lui questo pomeriggio.”
Come genitore, provo una commozione immensa per quello che ho visto, per un dono di cui non sono artefice ma che ho la responsabilità di custodire e stimolare.
giovedì 4 novembre 2010
Io e la caritativa
Da due anni faccio caritativa alla Caritas, ogni quindici giorni il sabato mattina.
Cosa è la caritativa?
Mons. Luigi Giussani (1922 – 2005), fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, nel libretto “Il senso della Caritativa” la spiega così:
“Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza.
Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.
…….
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi.
Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.
……
Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere.
Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità.
Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.”
Questi tre punti sono alla base della mia scelta di aderire alla caritativa, gesto che ho compiuto fedelmente durante gli anni di liceo, quando facevo studiare alcuni ragazzi delle scuole medie di un quartiere degradato della mia città.
Dopo molti anni in cui, per motivi di lavoro, di famiglia, per noia, distrazione e mancanza di ragioni chiare non ho più fatto caritativa, ho accettato di riprendere grazie al rapporto di amicizia con alcune persone.
Mi è stato proposto di dare una mano alla Caritas del mio paese, che si occupa tra l’altro della distribuzione del pacco alimentare alle famiglie bisognose.
Ogni quindici giorni, insieme ad altri volontari, ci vediamo per sistemare gli scaffali pieni di alimenti, riempire le borse e consegnarle alle persone povere del mio paese.
Come compito mi è stato chiesto di preparare le borse che altri volontari ritirano all’ingresso e poi riconsegnano piene ai bisognosi. L’ambiente è molto semplice e vivo, la maggior parte dei volontari sono donne ultra sessantenni e uomini in pensione e rappresentano il fulcro dell’attività. Le nonnine, come simpaticamente le chiamiamo, sono vispe e attive, come se le avessero caricate a molla…non si fermano un istante. Hanno proprio una passione per l’umano e per il servizio che svolgono che traspare a occhio nudo.
Ho provato a domandare più volte cosa le spingesse a fare il gesto della Caritas, ma la risposta ottenuta non mi ha soddisfatto molto. Però basta guardarle in azione per capire!!
Nel frattempo, prendo sempre più coscienza che attraverso quel semplice gesto di mettere il latte, la pasta, il formaggio, il pane o qualcos’altro dentro le borse, dò la possibilità a qualcuno di soddisfare un bisogno. E questo passa attraverso la soddisfazione di un mio bisogno.
Sempre più spesso, oltre che riempire le buste le consegno direttamente alle persone. Ci sono pochi anziani, a cui il pacco viene recapitato a casa, molte giovani mamme slave o musulmane, tanti italiani. La consegna della borsa dura un istante, il tempo che dalla mia mano passi nella mano dell’altro, ma un istante che vale infinito.
Cerco sempre lo sguardo delle persone che incontro.
Spesso incrocio occhi semplici, sorrisi limpidi e volti di persone sofferenti. Ma spesso lieti!
Nell’esperienza che faccio tocco con mano cosa sia l’uomo mendicante, l’uomo bisognoso di tutto, l’uomo mendicante di Cristo.
Cristo in quel momento passa attraverso il bisogno del latte, dei pelati, della farina……
Il “Grazie” con cui quasi tutti accettano il pacco alimentare e mi salutano, mi rende ancora più familiare con loro e con il loro bisogno da soddisfare.
La cosa che più mi colpisce è la letizia e la serenità che mi accompagna in questo gesto, non perché sia un’opera buona, ma perché donato e offerto totalmente a Dio. E il primo beneficiario sono io.
Cosa è la caritativa?
Mons. Luigi Giussani (1922 – 2005), fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, nel libretto “Il senso della Caritativa” la spiega così:
“Quando c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza.
Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza.
…….
Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l'esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi.
Noi andiamo in «caritativa» per imparare a compiere questo dovere.
……
Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos'è ogni cosa, che cos'è Dio da cui nasciamo, che cos'è l'Essere.
Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità.
Noi andiamo in «caritativa» per imparare a vivere come Cristo.”
Questi tre punti sono alla base della mia scelta di aderire alla caritativa, gesto che ho compiuto fedelmente durante gli anni di liceo, quando facevo studiare alcuni ragazzi delle scuole medie di un quartiere degradato della mia città.
Dopo molti anni in cui, per motivi di lavoro, di famiglia, per noia, distrazione e mancanza di ragioni chiare non ho più fatto caritativa, ho accettato di riprendere grazie al rapporto di amicizia con alcune persone.
Mi è stato proposto di dare una mano alla Caritas del mio paese, che si occupa tra l’altro della distribuzione del pacco alimentare alle famiglie bisognose.
Ogni quindici giorni, insieme ad altri volontari, ci vediamo per sistemare gli scaffali pieni di alimenti, riempire le borse e consegnarle alle persone povere del mio paese.
Come compito mi è stato chiesto di preparare le borse che altri volontari ritirano all’ingresso e poi riconsegnano piene ai bisognosi. L’ambiente è molto semplice e vivo, la maggior parte dei volontari sono donne ultra sessantenni e uomini in pensione e rappresentano il fulcro dell’attività. Le nonnine, come simpaticamente le chiamiamo, sono vispe e attive, come se le avessero caricate a molla…non si fermano un istante. Hanno proprio una passione per l’umano e per il servizio che svolgono che traspare a occhio nudo.
Ho provato a domandare più volte cosa le spingesse a fare il gesto della Caritas, ma la risposta ottenuta non mi ha soddisfatto molto. Però basta guardarle in azione per capire!!
Nel frattempo, prendo sempre più coscienza che attraverso quel semplice gesto di mettere il latte, la pasta, il formaggio, il pane o qualcos’altro dentro le borse, dò la possibilità a qualcuno di soddisfare un bisogno. E questo passa attraverso la soddisfazione di un mio bisogno.
Sempre più spesso, oltre che riempire le buste le consegno direttamente alle persone. Ci sono pochi anziani, a cui il pacco viene recapitato a casa, molte giovani mamme slave o musulmane, tanti italiani. La consegna della borsa dura un istante, il tempo che dalla mia mano passi nella mano dell’altro, ma un istante che vale infinito.
Cerco sempre lo sguardo delle persone che incontro.
Spesso incrocio occhi semplici, sorrisi limpidi e volti di persone sofferenti. Ma spesso lieti!
Nell’esperienza che faccio tocco con mano cosa sia l’uomo mendicante, l’uomo bisognoso di tutto, l’uomo mendicante di Cristo.
Cristo in quel momento passa attraverso il bisogno del latte, dei pelati, della farina……
Il “Grazie” con cui quasi tutti accettano il pacco alimentare e mi salutano, mi rende ancora più familiare con loro e con il loro bisogno da soddisfare.
La cosa che più mi colpisce è la letizia e la serenità che mi accompagna in questo gesto, non perché sia un’opera buona, ma perché donato e offerto totalmente a Dio. E il primo beneficiario sono io.
Iscriviti a:
Post (Atom)