martedì 16 aprile 2013

Calciatori in erba

Sabato scorso ho accompagnato i miei figli in parrocchia per le prove del coro, dove ormai da due anni cantano tutti e tre. Di solito li porta la mamma, che nei quaranta minuti di attesa fa una sosta in chiesa a pregare o si ferma con qualche conoscente al bar dell'oratorio.
Stavolta, essendo mia moglie andata a teatro con la nostra secondogenita, è toccato a me.
Siamo arrivati leggermente in ritardo e quel giorno le prove sarebbero finite un po' prima per via di un impegno del direttore del coro...cosa fare in quei trenta minuti?
Non c'era tempo per andare a casa, fare qualcosa e tornare, non sarei riuscito a portare dei libri in biblioteca e fermarmi a parlare, non avevo voglia di fare due passi a piedi perchè stanco dalla lunga corsa mattutina. Me ne sono rimasto in oratorio.
Nel campetto dell'oratorio, un magnifico campo a sette, da qualche anno rinnovato con tanto di prato sintetico, si giocava una partita di ragazzini della leva 2002. Il campo era stato ridotto nelle dimensioni e le porte erano quelle piccole trasportabili, ma per il resto tutto era equivalente a una partita seniores: le divise, la panchina con le riserve, l'occorrente per il soccorso, le bevande per idratare i calciatori, l'arbitro, un adulto, in divisa impeccabile.
Il pubblico era molto folto. Naturalmente erano presenti i genitori, ma non solo, anche molti nonni e qualche amico di papà o mamma.
Il tifo era molto caloroso, per fortuna contenuto nel linguaggio, chissà forse perchè eravamo in un oratorio, ma non per questo meno chiassoso. Fischietti, trombette e striscioni attorniavano il campo.
La partita è stata molto avvincente, soprattutto per i protagonisti. La classica partita di ragazzini, calciatori in erba: tutti dietro la palla, tutti in attacco e tutti in difesa. Un continuo scalciare, spingersi, correre in avanti e indietro come un moto perpetuo. Tutto questo a dispetto delle indicazioni date dagli allenatori che, chiamando continuamente per nome i loro singoli giocatori indicavano a ognuno la posizione in cui stare e l'avversario da marcare.
Marco, devi stare lì, hai capito?, lì e non là”
Luca, devi marcare il numero cinque, non devi andare in giro a fare vento, hai capito?”
Ad ogni domanda, la risposta era immancabilmente “si ho capito”.
Giusto il tempo della risposta perchè tutto riprendeva come prima.
E gli allenatori si sgolavano...come un padre che richiama il figlio a una responsabilità, a un ruolo che lui, adulto, vede meglio.
Ho trascorso il tempo a disposizione guardando la fine di quella partita e l'inizio della successiva, della leva 2000, ma avevo la mente altrove.
I miei ricordi sono andati a quando io alla loro età giocavo a pallone in oratorio.
In realtà, dove sono cresciuto io non esisteva la cultura dell'oratorio, non era concepito come un luogo di ritrovo dei giovani. In parrocchia ci si andava per la messa, per pregare, per il catechismo e qualche incontro. A otto, nove,...dodici anni non ci si vedeva, la domenica, in oratorio per trascorrere il pomeriggio. Per lo più si trascorreva il tempo giocando per strada a pallone o a casa da qualcuno.
Ma, chi come me ha fatto il chierichetto per tanti anni, andare in parrocchia significava, il sabato pomeriggio, partecipare all'incontro e poi scatenarsi nel campetto, in terra o in mattonelle, a giocare a pallone. Ed erano pallonate che volavano a destra e a manca, spesso accompagnati da qualche calcio, nei casi estremi da qualche spintone.
Nel mio caso, la parrocchia in cui ho fatto il chierichetto era la Chiesa Madre del paese dei miei nonni, nel centro dell'abitato. La parrocchia non disponeva di un campo da calcio ma di un grande cortile di forma non definibile, diciamo pressapoco quadrangolare, con alte mura, per fortuna senza finestre, che erano il retro di abitazioni adiacenti i locali parrocchiali.
Più che un cortile era un catino: infatti l'eco e il rimbombo per le grida e le pallonate era davvero assordante.
Ma questo non era un ostacolo per noi futuri Maradona, piuttosto un paio d'ore di penitenza per coloro che abitavano a ridosso del cortile che oltre alle urla sentivano rimbalzare sui loro muri le pallonate che noi non disdegnavamo di calciare.
Il prete, ce lo diceva sempre, “non tirate forte perchè potreste disturbare i vicini”.
Lo sapevamo di disturbare ma potevamo permetterci di tirare piano se c'era un evidente possibilità di fare gol calciando forte?
Mi è capitato di incontrare tante volte qualche “vicino” ed essere rimbrottato “tu sei uno di quelli che il sabato fa il diavolo a quattro col pallone, vero?” ed io rosso come un pomodoro confermavo, ma subito dopo “tranquillo, ho avuto anch'io dei bambini, e poi meglio tirare pallonate al nostro muro che andare in giro per strada a scrivere sui muri o suonare ai campanelli e poi scappare”....cosa, quest'ultima, che facevamo comunque dopo!!
Ricordo bene che le parrocchie organizzavano partite di calcio tra chierichetti, in campo neutro, per l'esattezza il campo di una piccola oasi della gioventù, poco fuori paese e facilmente raggiungibile in bici, gestita da suore. Un campo in terra dove le due porte erano definite da due coppie di robusti alberi piantati alla stessa distanza. Non ho mai saputo se fosse stato voluto da qualcuno, chissà quando, o fosse stato un caso. Sta di fatto che le porte avevano la stessa dimensione ed erano una di fronte all'altra. L'altezza della porta, invece, era definita dalla lunghezza delle braccia del portiere, a mani in alto, per cui se una squadra metteva in porta un ragazzo basso la porta era bassa, se metteva uno alto la traversa si alzava. E poiché spesso il ruolo del portiere non era fisso, ma a rotazione, perchè a tutti piaceva correre dietro la palla e a nessuno stare fermo e buttarsi a terra per parare un pallone, si capisce bene che l'altezza della porta era una variabile in continuo mutamento. Ricordo bene che a dodici anni, nella mia squadra c'ero io che ero piccoletto e un mio amico coetaneo, Paolo, che era alto quasi un metro e novanta: se alzavo il braccio ero comunque più basso della sua testa!!
Inimmaginabili le dispute che nascevano tutte le volte che qualcuno tirava in porta al di sopra della testa.
Era gol o era alto sopra la traversa? Erano discussioni, erano litigi, talvolta schiaffoni.
Altro che chierichetti. O meglio, nonostante fossimo chierichetti. 
Nei casi estremi interveniva il prete che ci toglieva il pallone e ci rimandava subito a casa. La punizione era rincarata da un divieto di servire messa per una settimana e a condizione che ci confessassimo comunque.
Ma il più delle volte, le partite, qualunque esse fossero, finivano sempre in maniera cordiale, certo, con il vittorioso che si prendeva gioco dello sconfitto, il vinto irato e carico di vendetta, ma comunque con un arrivederci alla rivincita.
Questo ricordo mi è venuto in mente perchè sabato, alla fine della partita c'è stata una squadra vincente e una sconfitta e i vincitori hanno deriso i vinti, e gli sconfitti hanno giurato di rifarsi nel girone di ritorno. Il tutto, conclusosi con una sincera stretta di mano....e qualche pianto.
Per la cronaca, gli ospiti hanno vinto 5-2.  

giovedì 28 marzo 2013

¿Qué significa ser una persona ética?

Leggendo alcuni articoli riportati su un sito Internet spagnolo, Capital Humano.es, questo che riporto mi ha colpito particolarmente, perché affronta in maniera interessante il tema dell'etica. Ritengo sia uno scritto con cui vale la pena confrontarsi e capire cosa è per ognuno l'etica, cosa voglia dire essere etico e cosa c'entra l'etica con la morale.

¿Qué significa ser una persona ética?

Por Enrique Campomanes Calleja (experto en Talento Etico)

Una de las principales causas de confusión sobre el verdadero significado y utilidad de la ética es complicarla con un conjunto de normas o criterios generales. La ética no es la moral, ni la legalidad, ni las costumbres, ni las modas. No es la deontología profesional, ni los códigos de empresa, ni los códigos de conducta.
Todos son referentes, son normas más o menos influyentes en cada persona pero, al final, cada uno decide de forma voluntaria y en libertad, su selección y ponderación de referentes –sus principios– para dirigirse a sus metas personales.
Por eso la primera distinción que debemos plantear está entre ética y moral. La moral es el conjunto de normas para vivir en sociedad, algunas prohibitivas y penadas como la ley, otras trascendentes como la religión, otras emocionales como las que establecemos con familia y amigos. Y la ética es el conjunto de principios que nos dotamos para construir el plan de vida y actuar en consecuencia. Son los valores.
Nuestros actos están llenos de intenciones, expectativas, motivos y deseos que nos dirigen hacia distintas direcciones, muchas veces contradictorias. La ética es la encargada de cohesionar esas corrientes de influencia para que tengan un sentido reflejo de nuestro carácter, de acuerdo con nuestros fines. Nos da la dirección de nuestros actos para señalar que podemos ser dueños de nuestros comportamientos y no una mera reacción automática a los acontecimientos.
La ética selecciona y potencia algunos valores que constituyen su eje principal de actuación, los denominamos "principios" y son acompañados de forma jerárquica por otros valores que complementan y cohesionan nuestra conducta. Así se va construyendo un mecanismo eficaz de comportamiento que responda a los fines últimos de las personas, definidos en términos de "dar sentido a la vida".
En consecuencia, la ética nos ayuda a definir nuestros fines y objetivos para encontrar un sentido a nuestra forma de actuar. Todo ello para encontrar mayor satisfacción, alegría y en último término, felicidad. La ética busca influir en las acciones humanas de forma global. Pero no es algo que se aprenda estudiando, sino haciendo. Cada acto, cada experiencia, cada decisión va influyendo en ella. Por eso ,"lo que haces, te hace". Por eso, como decía Aristóteles: "nuestro carácter es el resultado de nuestra conducta".
Para entender el alcance de la ética hay que preguntarse qué significa ser ético. Una cosa es tener una ética y otra distinta es tener una buena ética. En mis cursos de ética y deontología profesional pido que levanten la mano las personas que no sean éticos. Después de sesenta cursos nadie ha levantado la mano. Porque realmente todos tenemos una ética, aunque a veces no cuidemos, no potenciemos y no utilicemos. Por eso la pregunta debe ser sustituida:"¿qué nivel de ética tienes y utilizas?"
Para ser éticos no es suficiente tener una ética, sino que ésta sea eficiente y actuemos conforme a ella, además de ocuparse de que esté actualizada, sentida y conocida. Ser una persona ética significa realizar comportamientos éticos y, en consecuencia, actuar conscientemente con integridad.
Para enfrentarnos a la vida disponemos de dos tipos de recursos: la inteligencia y los valores. La primera nos permite construir soluciones a los problemas , los segundos nos señalan cuál de ellas es la más eficiente. La primera se agrupa en el talento, la segunda en la ética.
Si difícil y exigente es tener una ética personal más complicado es tener una ética profesional que necesita los valores personales y los profesionales y que, de igual manera que el nuevo empleado necesita una formación específica para ser un productivo en el trabajo, también necesita ayuda para incorporar los valores de la organización.
Y aunque de manera timorata las empresas se van dando cuenta de que el análisis meramente económico de los resultados no garantizan la continuidad de la empresa y que es necesario ampliar el foco de la cantidad a la calidad, incorporando otros valores como los sociales y los éticos que permitan obtener resultados más valiosos, obtenidos por profesionales más valiosos.
Porque los profesionales necesitan tener inteligencia para desarrollar valores económicos y sociales que nos permiten analizar muchas soluciones, pero también necesitan tener conciencia y coherencia para desarrollar valores éticos que nos permita escoger la mejor solución que aporte mayor confianza y seguridad a los clientes.


mercoledì 20 marzo 2013

Film sul K2

Ieri sera ho visto, su RAI1, la seconda e ultima puntata del film sul K2, la montagna del gruppo del Karakorum conquistata per la prima volta dagli italiani nel 1954.
Mi aspettavo molto dal film, vista la promozione dei giorni passati e soprattutto alla luce della vicenda K2 che per 50 anni ha visto contrapporsi la relazione ufficiale di Ardito Desio con quella suffragata da testimonianze e prove di Walter Bonatti, che solo nel 2004 ha avuto pieno riconoscimento delle sue tesi e ha fatto finalmente luce sugli ultimi due giorni prima della conquista del K2.
Se non fosse stato per i titoli di coda, in cui gli autori hanno scritto che si attenevano scrupolosamente alle relazioni di Bonatti e che solo per alcune vicende legate alla vita personale dei singoli protagonisti si erano presi la libertà di inventare, beh, avrei detto che il film è stato realizzato lavorando molto sulla fantasia.
A mio modo di vedere gli autori hanno sì letto le relazioni ma giusto per scriverlo nei titoli finali. Quindi è un aggravante.

Il film mi è sembrato molto debole sia sul piano dei contenuti legati ai rapporti personali tra i protagonisti sia per quanto riguarda la difficoltà alpinistica che Compagnoni & co. hanno dovuto affrontare per arrivare sulla vetta degli 8611 m.
Forse, l'unico personaggio a cui si sono ispirati fedelmente è stato Ardito Desio, uomo di scienza, responsabile del CNR, senza dubbio leader, assetato di potere e di gloria, spietato nel fare fuori coloro che potevano oscurare la sua stella (vd. Il caso Cassin), e privo di scrupoli nell'imporre fino alla morte la sua versione dei fatti sulla conquista della vetta.
Concepiva la spedizione sul K2 come la “sua” impresa (anche se lui le montagne le ha sempre viste col binocolo!!) e pertanto suo era il diritto di raccontare l'evolversi della conquista.
Spedizione che è stata un successo e che ha avuto i suoi riscontri positivi sul piano economico e umano in Italia. Avere conquistato una vetta ardua, la seconda più alta al mondo, difficile, impossibile fino ad allora anche agli americani, che avevano tentato l'anno prima, era un impulso alla possibilità di superare con successo le difficoltà del dopoguerra, e quindi, la speranza di un futuro migliore.
Ma come dicevo prima, il film è stato superficiale sul piano della descrizione dei protagonisti e dell'impresa alpinistica.
La figura di Bonatti è stata sminuita nella sua grandiosità alpinistica e bellezza umana, resa simile a quella di un guascone, un'incorreggibile giocherellone e sbruffone, un “bauscia” si direbbe a Milano. Invece, Bonatti, era sì il più giovane della comitiva, aveva solo 24 anni, ma era il più forte del gruppo e senza dubbio quello con maggiore vitalità ed energia. Anche se molto giovane, già allora, aveva tanta esperienza alpinistica e soprattutto aveva una senso di responsabilità e del dovere che ad altri, nella spedizione, è mancato. Se non fosse stato per lui, che nella giornata del 30 luglio 1954, partendo dal campo 8, portava le bombole di ossigeno al punto prestabilito per il campo 9, andandole a recuperare nei pressi del campo 7, Lacedelli e Compagnoni non sarebbero mai arrivati in cima. Se lui, anziché attenersi agli ordini imposti e lasciare ai compagni le bombole (perchè erano loro i prescelti per arrivare in cima), ne avesse fatto uso durante la notte per rifarsi della fatica affrontata, l'indomani mattina avrebbe potuto tentare l'assalto alla vetta.
La scelta di Compagnoni e Lacedelli, di spostare il campo 9 dal punto concordato con Bonatti di 100m più in su, era stata voluta perchè“il gatto e la volpe” avevano pattuito di tentare insieme l'assalto alla vetta e non permettere a Bonatti di provarci. Sia Lacedelli che Compagnoni erano delle prime donne, egocentrici e assetati di protagonismo, che si sono dimostrati vigliacchi e potenzialmente dei killer, e la storia ne ha dato atto già a partire dall'arrivo al campo base. I due non si sono mai sottratti alle telecamere, alle interviste, non hanno mai menzionato l'impresa di gruppo se non come necessaria per permettere a loro due (Compagnoni & Lacedelli) il raggiungimento della vetta.
Hanno raccontato sempre la loro versione, coincidente con quella di Desio, fino alla morte, nonostante negli ultimi anni della loro vita, i fatti, le testimonianze e le sentenze dei tribunali cominciassero a dare ragione alla versione di Bonatti.
La loro unica sfortuna è stata che Bonatti è sopravvissuto alla notte, trascorsa con l'alpinista pakistano Mahdi, all'addiaccio a 8000 m. Se fosse morto sarebbe stato tutto più facile. Un incidente, drammatico, in montagna, come ne accadono tanti purtroppo. Magari Bonatti sarebbe diventato un eroe da commemorare, ma intanto la storia l'avrebbero scritta il trio Compagnoni-Lacedelli-Desio per sempre.
E invece, il 2004 è stato l'anno che ha segnato una svolta nella vicenda, essendo stato appurato e confermato ufficialmente che la versione di Bonatti su quanto accaduto gli ultimi due giorni prima di toccare la vetta fosse la verità.
Nel film, Lacedelli viene descritto come un camerata di Bonatti, che si crea uno scrupolo di coscienza per aver lasciato il compagno al freddo e al gelo degli 8000m mentre non è chiaro perchè Compagnoni abbia deciso di spostare il punto del campo 9. Dal film non si capisce, invece, era chiaro il perchè.
I rapporti tra i tre, nel film, sono stati falsati, perchè in realtà c'era molto antagonismo tra gli alpinisti per imprese compiute in passato. C'era molta tensione e ognuno, giustamente, puntava a raggiungere la vetta.

Un'altra debolezza l'ho colta dal punto di vista alpinistico e scenografico: sembrava la conquista del monte Stella (a Milano). Salvo due scene filmate su un pendio ripido, l'ascensione al K2 è parsa un alternarsi tra arrampicata su roccette e lunghe camminate su ghiaccio. Gli alpinisti, a 7000-8000m si muovevano con una rapidità e semplicità poco realistica. La scena in cui Abraham rinuncia a portare le bombole al campo 9 perchè stremato, era molto simile a quella a cui assisto qualche volta coi miei figli quando non vogliono andare a scuola. “Oggi non mi sento” e pum, si buttano di nuovo sul letto.
Il film è mancato di sano realismo. Non c'è stata scena in cui si potesse cogliere la fatica, la difficoltà, a volte lo scoramento, che hanno dovuto subire ma tutto è stato affrontato in maniera ovattata. Il K2 è, invece, insieme al Nanga Parbat per esempio, la montagna tecnicamente più difficile da affrontare. Nel film nulla di tutto questo.

Peccato, pensavo a un film di maggiore spessore. Nulla da dire, invece sull'interpretazione dei singoli attori.
Sicuramente gli autori si sono rifatti alle relazioni di Bonatti per rappresentare gli ultimi due giorni, ma il modo con cui hanno raccontato quelle ore cruciali e l'impresa in generale è stata piuttosto elementare.
I libri scritti da Bonatti sulla vicenda K2 sono sicuramente più interessanti e aiutano molto di più a rappresentare quei momenti vissuti a oltre 8000m.





venerdì 8 marzo 2013

Sei catanese se...

Un documento "eccezionale" giratomi da amici!!
Dedicato a tutti i miei concittadini che, come me, hanno dovuto lasciare per vari motivi la nostra amata città.

SEI CATANESE SE...
- SEI CATANESE SE conosci l'utilizzo della parola: AVAJA
- SEI CATANESE SE sai cosa si intende con l'espressione: FARE LA VALLE
- SEI CATANESE SE vai a mangiare carne di cavallo nelle macellerie di Via Plebiscito
- SEI CATANESE SE non vai ai Mercati prima delle due di notte
- SEI CATANESE SE aspetti Orazio per una granita fino alle 3 di notte ad Acitrezza
- SEI CATANESE SE cominci le tue frasi con l'intercalare: 'MBAREE
- SEI CATANESE SE d'estate fai colazione e pranzo solo con granita&brioche
- SEI CATANESE SE sai cosa significa chiedere al barista un bicchiere d'acqua META'&META'
- SEI CATANESE SE preferisci Jonathan al Mac Donald
- SEI CATANESE SE se hai mangiato pesante senti la necessità del TAMARINDO col BICARBONATO
- SEI CATANESE SE sai cos'è il quartiere
- SEI CATANESE SE sei andato almeno una volta a mangiare da Don Pippo
- SEI CATANESE SE ti sei chiesto:ma chi ***** è quello che incontri sempre al caffè Europa, quello con la panza che si fa tutte le serate?
- SEI CATANESE SE ti lamenti che a Catania non c'è mai un ***** da fare però quando sei in un'altra città racconti di come a Catania ci sono un sacco di locali e un sacco di gente in giro la sera.
- SEI CATANESE SE passi le notti delle vacanze di natale a dire solo: CISTA CISTA, FILETTO, DEVO SUBIRE, TAVOLO, PERSONALE, CHIAMO BANCO, LA FOTOCOPIA, I CONNA CI SU
- SEI CATANESE SE per la scampagnata di pasquetta si compra un quantitativo di carne che sfamerebbe per un mese una comunità di un villagio africano qualsiasi
- SEI CATANESE SE non ti fai mai i cazzi tuoi
- SEI CATANESE SE raramente metti il casco
- SEI CATANESE SE sai chi è IL CORNUTO
- SEI CATANESE SE ti ricordi com'era prima il Bar Castello
- SEI CATANESE SE ti andavi a comprare le scarpe da ginnastica da Zaccà e morivi dalle risate quando ti accorgevi delle copertine dei dischi con la foto del Cav. Zaccà
- SEI CATANESE SE sai che i MAMMORIANI prima li chiamavi ZAURDI (ZAUDDI!)
- SEI CATANESE SE inveisci con foga verso quelli della SO-STARE
- SEI CATANESE SE ti sei fatto truccare la vespa
- SEI CATANESE SE sai cosa sono le PANTE
- SEI CATANESE SE ogni giorno, anche nei più cupi, hai i 5 minuti di FASSA
- SEI CATANESE SE sai qual è l'unità di misura di VIA OTTANTA PALMI
- SEI CATANESE SE hai un pizzico di nostalgia del vecchio aeroporto
- SEI CATANESE SE chiedi un favore cominciando con NON TI SECCARE...
- SEI CATANESE SE utilizzi la parola SPACCHIO per indicare qualunque cosa
- SEI CATANESE SE non ti arricampi a casa sei non hai mangiato un cornetto da aiello, bar castello, scardaci, via napoli, etoile o cafè dusmet.
- SEI CATANESE SE se vuoi fare un complimento esclami: SEI UN PAAAAAAAAZZO.
- SEI CATANESE SE incontri un tuo amico e gli chiedi: ''MBARE COMU SEMU CUMMINATI' e lui risponde: ' A 3 TUBI, IE L'ACQUA NUN PASSA'
SEI CATANESE SE le manate non le dai ma le infili postilla_a quattru a quattru , finu a quannu n'addiventanu spari...
- SEI CATANESE SE non sei maleducato ma VASTASO.
- SEI CATANESE SE sai chi sono Turi Sghey e naucci sei più Musumeci e naucci reci.
- SEI CATANESE SE chiami LONGAMMATULA una persona alta
- SEI CATANESE SE un fusto è un BEDDUVALENTI
- SEI CATANESE SE sai quando usare i titoli di: MASTRO, CAPO & MISTER
- SEI CATANESE SE sai dove andare se hai un appuntamento al 2000
- SEI CATANESE SE t'azzitasti...
- SEI CATANESE SE dopo un taglio di capelli temi la COZZATA!
- SEI CATANESE SE un nerd è un PERI I POCCU
- SEI CATANESE SE sai come fare l'espressione MATELICA
- SEI CATANESE SE se si è in tanti SEMU QUANTU A GIMMANIA
- SEI CATANESE SE il freddo è PARIGGIO
- SEI CATANESE SE il duello beatles-rolling stones è nullo al confronto di JAFFIEDDU-BRIGANTONY
- SEI CATANESE SE i ragazzi su CARUSI o CHISTIANI
- SEI CATANESE SE riconosci come FIGURA PUBBLICA UFFICIALE il posteggiatore abusivo
- SEI CATANESE SE sai cosa fare se mentre posteggi il posteggiatore ti urla:_ A RIVESSA, TUTTU O FUNNU, IEMU AVANTI-IEMU ARERI, SCINGILA BBONA, APPOSTO.
- SEI CATANESE SE .........I MANU 'NDA FACCI SULU U VAVVERI.
- SEI CATANESE SE lasci la mancia dal barbiere e chi la prende urla SERVIZIOOO!
- SEI CATANESE SE l'acqua è fredda come il TORRONE
- SEI CATANESE SE ...Coccobello alla Plaja o a San Giovanni Li Cuti
- SEI CATANESE SE mangi AI CESSI
- SEI CATANESE SE sai quando usare l'epiteto: PAGGHIOLU!
- SEI CATANESE SEAlla fine te ne fotti e questa città ti piace un po' così com'è, con gli zaurdi il sole, il mare, la lava, il vulcano, la spiaggia, la scogliera, il lungomare, la granita, piazza Duomo, i locali, buddellu fino alle 5 e poi tutti a fare colazione.


martedì 19 febbraio 2013

Elezioni, Italia...in canto.

Tra qualche giorno si va a votare per il rinnovo della Camera dei Deputati e del Senato e in alcune regioni anche per la Giunta Regionale.
Per la prima volta da quando esercito il diritto al voto mi trovo nella situazione di non sapere cosa e chi votare.
Strano, perchè sempre ho avuto le idee chiare! Ma la confusione e lo stordimento sono tali che per la prima volta andrò a votare di mala voglia, senza la speranza che possa cambiare qualcosa.
Strano, fare una cosa senza avere speranza. Vale la pena non farla allora!
Ma invito chiunque in questo periodo storico, con la campagna elettorale finora svolta dai candidati, a dirmi se c'è qualcuno o qualche coalizione capace e desiderosa di stravolgere le cose. Perchè di questo si tratta: stravolgere la cultura politica, egoistica e dissolutrice, radicata nel nostro paese. Avere il coraggio di riconoscere il buono che c'è (perchè ce n'è!) e che è stato fatto (da tutti, destra, sinistra, dc, pci, psi....) e rifondare il resto.
Non so come andranno a finire le elezioni, quanti voteranno, quanti si asterranno, chi vincerà, se chi vincerà sarà in grado di governare o meno....ma a chi basta quanto è stato finora detto dai vari leaders? E come è stato detto?
Non vedo molta differenza tra chi è salito in politica e chi è sceso in politica, tra chi nella vita faceva il comico e chi siede nello scranno di Montecitorio da vent'anni e passa. Tutti si sono livellati verso il basso. Se non fossero elezioni sarebbe una commedia trash all'italiana anni 70, dove i protagonisti non sono culi e tette (in questa tornata elettorale se ne vedono pochi!) ma cafoni e cialtroni che dicono....tante minchiate!!
Non so perchè, ma più ci si avvicina al 24 e più mi vengono in mente alcune canzoni italiane, in cui si parla di patria, di amor di patria, di patriottismo. Alcune di queste canzoni le ho amate, altre le ho ascoltate perchè “canzonette” che andavano a go go nelle radio, altre ancora le ho riscoperte di recente.
Ne ho scelte alcune, che per epoca, stile, circostanza storica, e cultura parlano in modo diverso dell'Italia, ma portano con sé un amore profondo e uno spirito di appartenenza che ogni cittadino, e a maggior ragione chi ci rappresenta nelle Istituzioni dovrebbe avere.

La prima è “L'Italiano” di Toto Cutugno: chi non l'ha cantata almeno una volta a squarcia gola orgoglioso di dire “lasciatemi cantare perchè ne sono fiero sono un italiano un italiano vero”.La canzone è un'accozzaglia di rime senza senso, ma il ritornello è dirompente. Più recente è “Italia” di Mino Reitano, espressione semplice ma grata di un emigrante che ha saputo riscattare le sue origini trasferendosi dalla Calabria in Lombardia. E dice una verità che i turisti più attenti riconoscono: “Di terra bella e uguale non ce n'è”!
Un successo nazionale, soprattutto per lo stille irriverente è “La terra dei cachi” di Elio e le storie tese. Per niente banale, descrive in maniera falsamente ironica alcuni mali che l'Italia vive in quell'epoca: le stragi impunite (Falcone e Borsellino, Via dei Georgofili...), la corruzione (in primis Tangentopoli), la malasanità (nel '93 scoppia il caso Poggiolini e De Lorenzo).
Ne 1991 esce “Povera Patria” di Franco Battiato, canzone che avrò cantato, da solo e con amici, centinaia di volte. E' una canzone che denuncia un malessere ormai allo stremo, con una classe politica ormai allo sfascio (un'anno dopo scoppia Tangentopoli e crolla la Prima Repubblica), e una società dominata dalla violenza e dall'istintività. E' una canzone, che sebbene dai toni disperanti lascia uno spiraglio aperto, una speranza verso un cambiamento atteso e desiderato.
Dodici anni dopo arriva “Io non mi sento italiano” di Giorgio Gaber: l'Unione Europea è fatta, c'è già la moneta unica e Presidente della Repubblica è Carlo Azeglio Ciampi, uno dei padri dell'euro. Gaber, rappresenta colui che è deluso dalla propria patria, da come viene gestita e rappresentata, dai servizi che non ci sono o che non funzionano, che a seconda che sia di destra o di sinistra inneggia o demonizza il fascismo o la guerra partigiana, nord contro sud e sud contro nord. Grida all'unità, desidera l'unità del popolo italiano a cui, “per fortuna”, appartiene.
Concludo con una canzone che ho imparato al liceo quando ho cominciato ad andare su per i monti insieme agli amici. E' un canto alpino, “Il Testamento del Capitano”: è il vertice del patriottismo, di colui che si sacrifica per la propria patria, che desidera che Essa si ricordi di lui dopo la morte, che chiede di dividere il proprio corpo e di donare “il primo pezzo alla Patria” e “ l’ultimo pezzo alle Montagne che lo fioriscano di rose e fior”, quasi come a chiudere il cerchio del suo amore carnale per la propria terra.
Oggi non viviamo più in un epoca in cui tale patriottismo è così vivo e ardente, è certamente un altro contesto storico, ma purtroppo siamo quasi al polo opposto. L'augurio è che si ritorni ad essere un po' più grati per la nostra terra e per le persone che ci vivono e che contribuiscono al suo sviluppo. Soprattutto, che questo passo venga compiuto dalle persone che hanno interesse e passione per l'attività politica.


L'ITALIANO
Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
sono un italiano
Buongiorno Italia gli spaghetti al dente
e un partigiano come Presidente
con l'autoradio sempre nella mano destra
e un canarino sopra la finestra
Buongiorno Italia con i tuoi artisti
con troppa America sui manifesti
con le canzoni con amore
con il cuore
con piu' donne sempre meno suore
Buongiorno Italia
buongiorno Maria
con gli occhi pieni di malinconia
buongiorno Dio
lo sai che ci sono anch'io
Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
perche' ne sono fiero
sono un italiano
un italiano vero
Buongiorno Italia che non si spaventa
e con la crema da barba alla menta
con un vestito gessato sul blu
e la moviola la domenica in TV
Buongiorno Italia col caffe' ristretto
le calze nuove nel primo cassetto
con la bandiera in tintoria
e una 600 giu' di carrozzeria
Buongiorno Italia
buongiorno Maria
con gli occhi pieni di malinconia
buongiorno Dio
lo sai che ci sono anch'io
Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
perche' ne sono fiero
sono un italiano
un italiano vero.
La la la la la la la la...
Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano
lasciatemi cantare
una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
perche' ne sono fiero
sono un italiano
un italiano vero



ITALIA
Era tanto che volevo
Col mio canto dire a te
Grazie a un vecchio pensiero
Grazie al mio paese che
Quest'Italia che respira
Sempre bella e c'è un perché
Questa gente le vuol bene
Questa gente è come me
Poi mi prende l'emozione
Per Firenze che sta là
Per Venezia che si muove
E l'eterna Roma è qua
Italia, Italia
Di terra bella e uguale non ce n'è
Italia, Italia
Questa canzone io la canto a te
Un giardino dentro al mare
Contadina come me
Ride e canta e ballerina
Forse il sole è nato qui
Quest'Italia che profuma
Di oleandri e di perché
Anche quando si è un po' stanchi
Non ci si arrende per un se
Italia, Italia
Di terra bella e uguale non ce n'è
Italia, Italia
Questa canzone io la canto a te
Non ci si arrende per un se
Italia, Italia
Di terra bella e uguale non ce n'è
Italia, Italia
Questa canzone io la canto a te



LA TERRA DEI CACHI
Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi;
tanta voglia di ricominciare abusiva.
Appalti truccati, trapianti truccati, motorini truccati che scippano donne truccate;
il visagista delle dive e' truccatissimo.
Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto:
Italia si' Italia no Italia bum, la strage impunita.
Puoi dir di si' puoi dir di no, ma questa e' la vita.
Prepariamoci un caffe', non rechiamoci al caffe' : c'e' un commando che ci aspetta per assassinarci un po'.
Commando si' commando no, commando omicida.
Commando pam commando papapapapam, ma se c'e' la partita
il commando non ci sta e allo stadio se ne va,
sventolando il bandierone non piu' sangue scorrera' ;
infetto si' ? Infetto no? Quintali di plasma.
Primario si' primario dai, primario fantasma,
io fantasma non saro' e al tuo plasma dico no.
Se dimentichi le pinze fischiettando ti diro'
"fi fi fi fi fi fi fi fi ti devo una pinza, fi fi fi fi fi fi fi fi, ce l ' ho nella panza".
Viva il crogiuolo di pinze. Viva il crogiuolo di panze.
Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande cosi'.
Italia si' Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi.
Italia sob Italia prot, la terra dei cachi.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo; un totale di due pizze e l'Italia e' questa qua.
Fufafifi' fufafifi' Italia evviva.
Italia perfetta, perepepe' nanananai.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo:
in totale molto pizzo, ma l ' Italia non ci sta.
Italia si' Italia no, Italia si'
ue', Italia no,ue' ue' ue' ue' ue'.
Perche' la terra dei cachi e' la terra dei cachi. No.



POVERA PATRIA
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.



IO NON MI SENTO ITALIANO
Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell'inno nazionale
di cui un po' mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
se arrivo all'impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po' sfasciato.
E' anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c'è un'aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.
Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c'è un'altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido "Italia, Italia"
c'è solo alle partite.
Ma un po' per non morire
o forse un po' per celia
abbiam fatto l'Europa
facciamo anche l'Italia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.



IL TESTAMENTO DEL CAPITANO
Il capitan de la compagnia
e l’è ferito e sta per mori.
El manda a dire ai suoi Alpini
perché lo vengano a ritrovar.
I suoi Alpini ghe manda a dire
che non han scarpe per camminar.
“O con le scarpe, o senza scarpe,
i miei Alpini li voglio qua”.
“Cosa comanda sior capitano,
che noi adesso semo arrivà?”
“E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.
Il primo pezzo alla mia Patria,
secondo pezzo al Battaglion.
Il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo figliol.
Il quarto pezzo alla mia Bella,
che si ricordi del suo primo amor.
L’ultimo pezzo alle Montagne
che lo fioriscano di rose e fior”.
L’ultimo pezzo alle Montagne
che lo fioriscano di rose e fior!










mercoledì 6 febbraio 2013

Should You Eat While You Negotiate?

Riporto un articolo pubblicato sul Harvard Business Review che ho trovato molto interessante, anche perchè ne ho fatto esperienza diretta con esiti effettivamente positivi.
Nella speranza che, cosa realmente accaduta, l'interlocutore non diventi brillo, anzi quasi ubriaco, e non sia in grado di sostenere una conversazione ragionevole e professionale.

Should You Eat While You Negotiate?

by Lakshmi Balachandra
published on Harvard Business Review

Across cultures, dining together is a common part of the process of reaching negotiated agreements. In Russia and Japan, important business dealings are conducted almost exclusively while dining and drinking and in the U.S., many negotiations begin with "Let's do lunch." But are business deals actually improved when people discuss important matters over a meal?

To explore this question, I conducted two experiments. The first compared negotiations that took place over a meal in restaurants to negotiations in conference rooms, without any food to eat. In the second, negotiations were conducted with or without a meal in a business conference room. In the experiments, 132 MBA students negotiated a complex joint venture agreement between two companies. In the simulation, a provisional deal is in place, but a variety of terms must still be considered and agreed upon to maximize profits for their companies. The negotiators must determine how to handle each term of the deal. As is typical in many negotiations, in order to maximize their profits, the negotiators must share information and work together with the other side to learn where the most value can be created.

The greatest possible profits were created by the parties who were able to discern the other side's preferences and then work collectively to discover the profit maximizing outcomes for the joint venture, rather than merely considering their own company's profits. In the simulation, this can only be accomplished when the negotiators make trade-offs and then compensate each other from the net gains to the joint venture. The maximum value that can be created jointly for both companies is $75 million. Deals can be struck at lower combined values, down to as low as $38 million. To explore how eating together affected negotiation outcomes, I considered the total value created by both companies.

The students who ate together while negotiating — either at a restaurant or over food brought into a business conference room — created significantly increased profits compared to those who negotiated without dining. (Individuals who negotiated in restaurants created 12% greater profits and those who negotiated over food in a conference room created 11% greater profits.) This suggests that eating while deciding important matters offers profitable, measurable benefits through mutually productive discussions.

I designed a third experiment to test if it was in fact the act of eating together and not merely sharing a separate task that led to the better negotiated outcomes. I had 45 MBA students negotiate the same simulation, but instead of negotiating while eating, half of the groups negotiated while completing a jigsaw puzzle that had nothing to do with the negotiation. In this experiment, I found that the negotiators who shared a common task did not create better negotiation outcomes than those who only negotiated the deal.

I expected that both sharing a meal and collaborating on an activity would increase trust between the participants — and perhaps that the cultural history attached to eating together would increase trust more than sharing other activities — but when I surveyed participants in both studies, the trust levels they reported did not increase.

Why else might eating together improve the outcome of negotiations? There may be biological factors at work. When the negotiators in my first two studies ate, they immediately increased their glucose levels. Research has shown that the consumption of glucose enhances complex brain activities,
bolstering self-control and regulating prejudice and aggressive behaviors.

Other research has shown that unconscious mimicking behaviors of others leads to increased pro-social behaviors; when individuals eat together they enact the same movements. This unconscious mimicking of each other may induce positive feelings towards both the other party and the matter under discussion.

In future experiments, I will continue to explore the reasons why eating while deciding important matters increases the productivity of discussions. In the meantime, you would be wise to suggest "doing lunch" whenever you meet to negotiate.


mercoledì 30 gennaio 2013

The Company Man: cosa ne penso io

Qualche settimana fa su RAI 3 hanno trasmesso il film “The Company man” (2010), con protagonisti Ben Affleck (Bobby Walker), Tommy Lee Jones (Gene McClary), Kevin Costner (Jack Dolan) e Chris Cooper (Phil Woodward).
Il film affronta un argomento attualissimo: la possibilità di perdere il posto di lavoro.
La critica, soprattutto negli USA ha un po' bollato come “troppo crudo” il film e pertanto il successo che ha avuto è stato piuttosto basso rispetto a quello che avrebbe meritato. Io ne ho sentito parlare quest'estate da amici ma, in TV o sulle riviste non ho avuto modo di rintracciare altre notizie degne di nota.
Il film sviluppa il tema in maniera realistica, senza troppe sdolcinature o caricature, evidenziando l'impotenza che i protagonisti sperimentano a causa della perdita del posto di lavoro ma anche la capacità di gestire la medesima nefasta situazione in modo diverso: sono in gioco cultura, approccio e modalità di vita completamente differenti, ma anche amicizia, lealtà e legami familiari.
L'azienda in questione è la GTX, società che opera in più settori, dalla cantieristica navale, core business storico dell'azienda, fino alla sanità. E' un'azienda che, partita da due soci è stata capace di crescere, fino a diventare un colosso industriale, ma che adesso deve affrontare la “crisi globale” e soprattutto mantenere un certo rendimento finanziario nei confronti degli azionisti.

Ma veniamo ai tre protagonisti e cosa ne penso io.
Bobby Walker (Ben Affleck), rappresenta l'uomo della conversione, colui che di fronte alla catastrofe della disoccupazione, in qualche modo, è capace di compiere un cammino positivo. E' un giovane manager, rampante direttore vendite che guadagna uno stipendio a sei zeri, sposato e padre di due figli. E' il primo, nella sequenza temporale del film, a rimanere senza lavoro: per Bobby, che gira in Porsche, pratica golf, veste abiti di lusso, e abita in una casa extra large, il colpo è assai duro. Affronta inizialmente l'imprevisto nella maniera più scontata: lo nega!
Continua a girare col Porsche, va con gli amici al golf....Ma la realtà, ovvero il mutuo, la spesa, l'assicurazione medica, i figli,....si impone e così comincia a rendersi conto che, senza stipendio, non è più un manager a sei zeri ma un “comune mortale”.
La sua fortuna è di non essere solo, di avere una moglie che lo ama, che non lo abbandona per un istante, che asseconda il suo desiderio di grandezza, ma che lo richiama a un obiettivo ben preciso: con il solo stipendio di lei non si arriva a fine mese, sono costretti quindi a ridimensionare lo stile di vita e il loro patrimonio, e pertanto occorre che lui trovi lavoro. La ricerca di un lavoro manageriale continua, anche l'arroganza “da capo” permane, ma giorno dopo giorno è come se la vita lo chiamasse a fare i conti con un dato: il cognato di Bobby, Jack Dolan (Kevin Costner), con cui il rapporto oscilla tra l'antipatia e il mutuo soccorso, ha una piccola ditta edile, ed è l'unico, volente o nolente, che può offrirgli subito un lavoro a lui indispensabile. Alla fine si propone, lo accetta e comincia a lavorare come manovale, trascinando con sé in questa avventura un amico che aveva conosciuto nella società di ricollocamento.
Bobby compie il percorso, duro ma sano, di chi crede di meritare il potere, perchè ha le capacità e il carattere giusto, ma riesce a inchinarsi umilmente e accettare suo malgrado un posto differente da quello a lui più incline. Così facendo è come se lui, compiendo un passo indietro, avesse la possibilità di alzare lo sguardo e desiderare nuovamente qualcosa di grande.

Il secondo protagonista della storia è Phil Woodward (Chris Cooper), entrato nella GTX tra i primi, impiegato inizialmente come saldatore di componenti speciali, diventato nel tempo un manager dell'azienda.
Phil è l'uomo della disperazione, di colui che ha costruito il giudizio su di sè facendo leva sulla sua carriera professionale. Si identifica con la sua posizione manageriale, l'azienda per lui è tutto, è vita.
Phil, a differenza di Bobby è un uomo solo, perchè la moglie vede nel marito l'uomo di successo, colui che ha realizzato il sogno americano, il self made man, e quindi privo di lavoro è una persona vuota, senza significato, senza valore. Nulla! La moglie non accetta la gogna di avere un marito privo di lavoro, si vergogna di lui, e pertanto impone a Phil di continuare a vivere facendo gli stessi ritmi di sempre ed evitare, così, che i vicini di casa si accorgano di qualcosa. Il significato e l'unità della sua famiglia è dettata dalla posizione sociale ottenuta grazie al lavoro: e tale immagine deve essere assicurata. Phil, a differenza di Bobby, non fa alcun percorso su di sé, non compie alcuna ascensione spirituale, ma scivola sempre più verso il baratro. Tentare di prendere a sassate gli uffici della GTX è il risultato di chi non si arrende alla realtà, di chi non riesce a trovare una via di fuga.
E' un uomo solo, incapace di sapere tendere la mano a chi, tra i suoi amici e ex colleghi, ha tentato di fargli compagnia. E un uomo solo non va molto lontano!!
La sua unica via di fuga è il suicidio, e ucciderci con il monossido di carbonio è la “morte dolce” di chi non è stato capace di impattare e affrontare la realtà.

Il terzo protagonista, il più interessante a mio parere, è Gene McClary (Tommy Lee Jones): è l'uomo della speranza. Colui che non subisce la realtà, ma anzi la provoca, capace anche di donare se stesso e parte dei suoi beni per gli altri. In gergo manageriale lo si definirebbe un leader, per me è un maestro.
Gene è il socio fondatore della GTX, Vice Presidente della società e direttore della divisione cantieristica, la struttura in via di dismissione perchè in perdita. E' un uomo aziendale, ma sopratutto appassionato del suo lavoro, della storia che ha vissuto e delle persone con cui ha lavorato. E' un “pescatore” di uomini, tanto che in occasione della prima tornata di licenziamenti, dei suoi uomini, lui ne è stato tenuto all'oscuro perchè si sarebbe opposto e di fronte ai fatti obietta, non testualmente, così al suo presidente: “hai fatto fuori i nostri migliori uomini, il nostro valore!”
Gene possiede tante azioni della GTX da guadagnare in un giorno 500000$, ha superato i sessant'anni, ha una famiglia, ha una vita dinamica e potrebbe godersela in un paradiso balneare.
Ma è anche un visionario, nel senso che vede con positività il futuro, e non si arrende di fronte al fatto che la sua azienda l'abbia licenziato e voglia dismettere un settore che può ancora dare soddisfazioni. Visita il vecchio stabilimento navale, fornace di tanti successi della GTX, ormai abbandonato, e vede in esso una possibile rinascita per il settore, per gli uomini in cui lui crede, per sé. Investe così i suoi risparmi in questa opera assumendo alcuni con cui aveva lavorato, a partire da Bobby Walker....avrebbe voluto con sé anche Phil, e riparte a progettare e costruire imbarcazioni.
Di fronte alla figura di Gene mi sono chiesto cosa lo spingesse a fare tutto questo! Perchè un uomo, professionalmente ormai arrivato, di successo, che avrebbe potuto continuare a lavorare senza tante pretese o preoccupazioni, o addirittura godersi i suoi risparmi decide di rimettersi in gioco e rischiare?
Può un uomo, solo assetato di potere e di denaro, “montare tutto questo ambaradan”?
O forse occorre davvero un uomo appassionato alla realtà, alle persone, al suo lavoro, perchè un'opera possa ripartire?